Ricordando il Trio Lescano

Home Notizie Presentazione Menu Annunci Ringraziamenti Contatti

Recensione del libro di Alba Beiras
I miei Tu-li-pàn - Mamma cantava nel Trio Lescano
Armenio Editore, 2012

Primogenita di Maria Bria e di Manuel Beiras, l’agente dell’emittente bonaerense Radio El Mundo che nel ’47 contribuì in modo decisivo alla definizione della tournée del nuovo Trio in Argentina eppoi in altre nazioni del Sudamerica, Alba Beiras ricorda in questo libro sulla vita di sua madre anche le vicende della sua famiglia dal primo Novecento fino ad oggi. Il testo è diviso in tre parti e, significativamente, l’anno che separa la prima dalla seconda è il fatidico 1946; nella prima parte, con l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza di Maria Bria fino al termine dell’ultima guerra mondiale vengono descritti i suoi familiari: nonni, genitori, zie e sorelle; nella seconda, l’ingresso della Bria nel Trio Lescano, le tournée in Italia, l’avventura sudamericana e il suo amore con Manuel Beiras, fino più o meno all’arrivo del Trio a Caracas, nel ’49; nella terza, l’abbandono di Maria che segnò la fine del Trio, la nascita delle due figlie e il suo ritorno in Italia, il matrimonio con Giuseppe, la morte di Beiras, l’incontro di Maria e del marito con Alessandra Lescano a Salsomaggiore nell’86. Il libro è corredato da foto di famiglia, ritagli di giornale ed altre immagini d’epoca, tra cui alcuni bei ritratti della Bria con Alessandra e Giuditta Lescano.



Maria Bria con la figlia Alba Beiras.

Chiarito come, per ovvi motivi, l’aspetto del libro che a noi più interessa è quello in cui viene descritto il sodalizio tra Maria e le Lescano, trovo che delle tre parti la migliore sia senz’altro la prima: dove l’autrice, ritraendo i familiari della madre, è stata brava a descrivere una Torino che non c’è più, quella dei solerti artigiani e dei balconi a ringhiera; il ritratto del nonno Carlo, ebanista, e del suo modo di lavorare il legno per gli intarsi è particolarmente felice. Le altre due parti (che valuto assieme, giacché in entrambe si parla sia della carriera artistica della Bria che delle Lescano), a mio modesto avviso evidenziano pregi e difetti, sui quali ho soffermato la mia attenzione. Ma prima di considerarle, giacché in esse si fa cenno alla questione del presunto arresto e detenzione delle Lescano, e dato che sulla stessa questione indugia doviziosamente Mimmo Mòllica nella sua prefazione al libro, mi sia consentito tornarvi sopra, anche perché chiamato direttamente in causa dal prefatore. Che la Bria abbia prestato fede al racconto che le fece Alessandra, e che l’autrice ne fissi il resoconto appreso per bocca della madre, è comprensibile: questo ella apprese, questo riporta, non foss’altro che per dovere di cronaca; che vi presti fede il Mòllica, lo è molto di meno. 



Il prof. Mimmo Mòllica .

Sull’infondatezza di questo arresto e detenzione (la cui leggenda ebbe precocissima diffusione: un accenno era già presente nell’articolo Il Trio Lescano al Ragno d’Oro, apparso il 21 luglio 1946 su un periodico torinese non ancora identificato) credevo d’avere già addotto indizi sufficienti nel mio contributo Una leggenda da sfatare: dove, a un riscontro di tutte le cronache dei giornali genovesi degli anni 1942-43, l’attività del Trio risulta sempre puntualmente segnalata, e spesso celebrata. Tuttavia, poiché certe fandonie sono dure a morire, mi vedo costretto a riepilogarne brevemente i termini.
Dunque, Alessandra affermò che l’arresto avvenne al cine-teatro Grattacielo di Genova nel ’43 (interviste della Aspesi e di Verre, 1985); ebbene, quell’anno le Lescano si esibirono lì dall’8 al 15 o 16 novembre, nello spettacolo Grattacielo N° 1; gli articoli e i trafiletti apparsi sul “Corriere Mercantile” (il solo quotidiano cittadino autorizzato a pubblicare dal comando tedesco dopo l’8 settembre, perché giornale del pomeriggio) provano inequivocamente come tale arresto non vi fu, ed anzi, riportano lo straordinario successo del Trio («Un particolarissimo, entusiastico successo ha salutato le acrobazie canore delle sorelle Lescano, che hanno dovuto concedere varii «bis» sempre più brave ed applaudite», si legge infatti il 9). Ora, capirebbe anche un bambino che ben difficilmente il giornale avrebbe dato spazio agli elogi nei riguardi delle tre artiste, se sospettate di essere in disgrazia con nazisti e repubblichini.  
Ma senza rifarci a queste cronache, basta riflettere sulla goffaggine del racconto, a partire dal particolare dell’arresto a teatro: addirittura sul palco, durante uno spettacolo! Con tutto il male che si possa pensare della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (a cui Alessandra, nell’intervista della Aspesi, imputò tale azione), non si trattava delle Sturmtruppen dei comics! Se tale arresto fosse effettivamente avvenuto, e in quei termini, la notizia avrebbe girato l’Italia in poche ore. E invece, come mai nessuno all’infuori delle Lescano, né prima (ovvero nel periodo in cui si sarebbero svolti i fatti), né nel dopoguerra e anche in seguito, menzionò mai l’episodio dell’arresto, come diretto testimone dell’accaduto? Come mai nessuno dei colleghi della compagnia d’allora (il comico Freddi Scotti, l’attrice brillante Nicla Berti e vari altri artisti), spese mai una parola su quest’episodio, che pure avrebbe avuto del clamoroso? Mòllica cita Borgna, il quale invece asserisce - a proposito di «un recente dvd dell’Istituto Luce» (in realtà si tratta del documentario Tulip Time, prodotto in Olanda nel 2007 dai registi Marco De Stefanis e Tonino Boniotti, con la sceneggiatura di Carlo Durante) - di «testimonianze dirette di molte persone che le conobbero»: ciò che è del tutto destituito di fondamento, perché in Tulip Time la faccenda dell’arresto viene riportata solo da chi a quell’epoca non lavorò col Trio e si limita a riferire un posteriore ‘sentito dire’.
Per porre la parola fine su tale leggenda, c’è una testimonianza decisiva. La signora Maria Rosaria Epicureo, sorella di quel Giulio Epicureo che fu compagno di Caterinetta negli anni 1945-52 (vedi il mio contributo Caterinetta 1945-1955), attesta d’avere appreso dalla viva voce dell’artista come l’episodio in questione fosse una bufala architettata nel primo dopoguerra dalle sue sorelle, per allontanare il sospetto di una loro connivenza col regime fascista. In realtà, - confidò Caterinetta alla signora Maria Rosaria - accadde che un pomeriggio esse furono semplicemente, e cortesemente, convocate al commissariato di polizia, dove gli vennero chieste informazioni in merito ai testi delle canzoni che eseguivano; dopo un colloquio che durò poco più di un’ora, le tre artiste tornarono in teatro e l’episodio non ebbe alcun seguito o conseguenza. Da qui, nell’immediato dopoguerra, l’idea di Alessandra e Giuditta d’ingigantire l’episodio con quelle deliberate invenzioni, nell’ansia di restituire alle loro immagini quel nitore morale e professionale che l’inevitabile identificazione delle tre interpreti con gli anni del fascismo aveva offuscato. 
Mòllica, però, ripete con estrema disinvoltura anche altre leggende, come la storia delle Lescano che nei loro anni fulgidi avrebbero guadagnato «mille lire al giorno»; eppure, quest’altra affermazione di Alessandra era già stata ampiamente presa in esame sul nostro sito, risultando della più totale infondatezza... Un po’ più d’attenzione avrebbe evitato al prefatore questi scivoloni.
Veniamo però alla seconda e terza parte del libro di Alba Beiras. A scanso di equivoci (e scusandomi con qualche confratello lescaniano benpensante), dico subito che la ricostruzione dei rapporti di Alessandra e Giuditta con Maria, ahimè, mi pare veridica; e depone malissimo sull’atteggiamento delle sorelle olandesi, le quali ingannarono e sfruttarono la loro giovane collega, pur essendo loro stesse ingannate e sfruttate da quel campione d’italianità deteriore che si dimostrò essere il loro impresario, Vincenzo ‘Nino’ Gallizio, all’epoca compagno di Alessandra e a quanto pare amante occasionale anche di Giuditta (la ghiotta indiscrezione, sulla quale ritorno in un appunto, è della Bria, e si trova a pag. 129). Indovinatissima, perché deliziosamente e perversamente efficace, è l’idea dell’autrice di far parlare Alessandra con lo strascinìo di «rrrrr» che le era tipico: esso rende bene la sua personalità puntigliosa e petulante, a tratti, indubbiamente insopportabile, quanto meno nei riguardi della Bria. La signora Beiras ha la mia commossa attenzione quando ricorda che sua madre, per farla dormire, le cantava una famosa ninna-nanna latinoamericana, della quale però riporta male i versi, del resto soggetti a molteplici variazioni (p. 166): da piccolo mia madre, colombiana figlia di un piemontese e di una santafereña, mi cantava la stessa ninna-nanna.
Ecco alcune inesattezze che ho rilevato. I brani del testo li riporto in corsivo con indicazione della pagina.

Le due sorelle Lescano
(...) porsero le dita guantate per il baciamano al Maestro ed uscirono dallo studio (p. 83). A meno di una galanteria scherzosa da parte di Prato, la scena mi pare del tutto improbabile. Era Prato ad aver scoperto e creato le Lescano, con le quali, oltre ad aver vissuto fianco a fianco in via degli Artisti per almeno un lustro, mantenne sempre un rapporto assai cameratesco, come del resto mostrano molte foto che lo riprendono con loro. Nell’immediato dopoguerra, inoltre, mentre le Lescano erano ormai quasi del tutto prive di credito sulla scena musicale, Prato andava per la maggiore: se doveva esserci un omaggio del genere, dunque, semmai avrebbero dovuto effettuarlo Alessandra e Giuditta alla mano di Prato.

Violento le arrivò in pieno volto il ceffone di Sandra, motivato certamente dalla paura del momento (p. 113). No: per testimonianza della stessa Bria, il ceffone lo assestò Giuditta (vedi la mia Intervista a Maria Bria). Un gesto del genere, del resto, era molto da Giuditta e niente affatto da Alessandra.

[A Buenos Aires] Ad accogliere le cantanti c’era il maestro Mildiego (p. 113). Stupisce questa grave disattenzione dell’autrice: perché sua madre ha raccontato più volte, nei particolari, come Mildiego partì da Roma con loro assieme a qualche musicista del suo piccolo complesso orchestrale, e arrivò a Buenos Aires sul loro stesso aereo. Circostanza confermata anche da Lorenzo Milano, il secondogenito di Mildiego. 

Equador (p. 117 e segg.). No: Ecuador.

Es la hystoria de un amor (p. 142). No: la historia (hystoria è versione grafica arcaica).

Caterinetta viveva in Olanda, non si scrivevano mai (p. 159). Caterinetta non è mai vissuta in Olanda dopo il 1935. In quel periodo viveva a Torino col suo compagno Giulio Epicureo, e trascorreva parte dell’anno in Sardegna.

Ed ecco alcune osservazioni stimolate da certi interessanti brani del testo:

Quando [le Lescano del nuovo Trio] arrivarono a Livorno c’era anche il sindaco ad accoglierle, e fotografi, qualche giornalista, la gente della strada (p. 91). Ciò che m’induce a credere come consultando qualche giornale locale (ad esempio “Il Tirreno”) si possano aver notizie più precise, e magari anche qualche immagine, dell’avvenimento.

Era passato quasi un anno dalla partenza di Maria dalla sua casa paterna e le varie tournée avevano toccato molte città italiane[:] Genova, Milano, Livorno, Bologna, Abano Terme, Barletta, San Benedetto del Tronto, Bari, Roma [e Napoli]. Poi all’estero: Vienna e Lugano dove aveva trascorso il Capodanno (p. 101). Genova, Milano e Bologna sono nomi nuovi, che meritano una ricerca sui quotidiani; la signora Bria non me li aveva fatti durante le nostre conversazioni telefoniche.

S’incontrarono ancora, qualche mese più tardi, durante una serie di spettacoli che Maria tenne con il Trio alla Terrazza Martini a Torino, in piazza Solferino (p. 104). Stessa riflessione dell’appunto precedente; ma “La Stampa” non cita le Lescano a questo proposito.

A Buenos Aires una piccola delegazione d’artisti di gran fama le attendeva all’aeroporto, oltre ai giornalisti, ai flash (p. 113). La versione che fornisce Alessandra Lescano nell’intervista a Medardo Vincenzi è del tutto diversa: «Qui, le aspetta una curiosa accoglienza. Non un giornalista è ad attenderle, in hotel vengono trattate con sufficienza, stesso e inspiegabile gelo da parte dei musicisti, l’impresario arriva a protestarle». In questo caso, però (anche se la rottura di un’elica del quadrimotore su cui viaggiavano le Lescano, mentre si trovavano in volo sul Brasile, costrinse il pilota a un atterraggio di fortuna a Vitoria, cui seguì il cambio di velivolo e il conseguente spostamento di un giorno sulla data di arrivo a Buenos Aires: ciò che potrebbe spiegare quell’assenza), crediamo corretta la versione della Bria.

Mi racconta la mamma che lei e Giuditta dormivano sempre nella stessa stanza negli alberghi: qualche notte sentiva la porta della camera aprirsi, il Signor Gallizio entrare e scivolare nel letto di Giuditta (p. 129). Che Gallizio abbia potuto tradire Alessandra con Giuditta sono anch’io propenso a crederlo; questo, tra l’altro, spiegherebbe meglio perché quest’ultima abbia sopportato così a lungo una situazione svantaggiosa come quella vissuta durante quel soggiorno sudamericano, non facile per la Bria ma tutto sommato neanche per lei. Che però i due consumassero i tradimenti in quel modo rocambolesco, ancorché non impossibile, riesce molto difficile a credersi.

Un giorno, mentre attraversavano la strada, Giuditta si sporse troppo dal marciapiede perché l’ultimo aperitivo l’aveva fatta vacillare. Era piccolina di statura e le vetture di allora erano berline piuttosto alte. Un taxi, passando, le sfregiò la fronte (p. 130). Ecco una piccola notizia che ignoravamo. I guai di Giuditta, bevitrice semi-alcolizzata, cominciarono (a mia cognizione) il 17 maggio del ’46 a Torino, con la caduta dalle scale in via Cesare Battisti 3, e  finirono - mi auguro - col suo matrimonio.

[Maria Bria] Ricoverata nel medesimo reparto dell’ospedale Rauson di Buenos Aires (p. 135). Abbiamo così il nome dell’ospedale dove anche Alessandra venne operata di appendicectomia.

Maria quel giorno faceva fatica a stare dietro alle note, non riusciva a concentrarsi bene, si sentiva stanchissima: il medico l’aveva detto che i primi mesi di gravidanza potevano essere così, con un gran senso di stanchezza (p. 148). Tale scena, nel corso della quale tra Maria Bria e le Lescano avvenne la separazione che portò alla chiusura del nuovo Trio e della carriera artistica delle due sorelle olandesi, dall’autrice viene riferita al 1950; poiché la signora Beiras nacque nel dicembre di quell’anno, si deve presumere che la separazione si verificò verso la tarda primavera, o al più tardi nel mese di luglio. È anche questa una piccola ma preziosa informazione.

[Alessandra] Raccontò di un bracciale d’oro che le aveva trafugato la sorella (p. 181). Sono, ahimé, propenso a credere a questa notizia: voglio dire, non solo al fatto che Alessandra ne abbia fatto cenno alla Bria, altresì a quello che Giuditta (si trattava di lei, non certo di Caterinetta) possa davvero aver sottratto quel bracciale ad Alessandra. Certo, Giuditta non era una ladra: ma era una persona fragile molto provata dall’esistenza, e aveva probabilmente maturato la convinzione che il destino, o chi per esso, si fosse accanito contro di lei. Diceva John Lennon che «la vita è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri programmi»: e bisogna dire che i programmi di Giuditta, sposarsi e farsi una famiglia, non erano fino allora andati in porto, proprio perché con lei la vita aveva preso il sopravvento, imponendole una quotidianità vuota, fatta di tanta solitudine. Si aggiungano i litigi con la sorella (che, dice l’autrice a p. 117, «erano all’ordine del giorno»: e forse, alla base poteva esservi la generosità di Gallizio come ‘prestatore d’opera’ nei riguardi d’entrambe)... Non voglio dire che Giuditta sottrasse ad Alessandra il bracciale d’oro, ma solo che avrebbe benissimo potuto farlo: per ripicca, non certo per venalità.

In conclusione, pur con le imprecisioni a volte gravi che ho segnato, trovo il racconto della signora Beiras interessante e in qualche tratto suggestivo. Come si è visto, esso ha segnalato qualche piccola novità anche a noi, che sull’attività del nuovo Trio abbiamo cercato di documentarci, intervistando Maria Bria, studiando le due lettere di Gallizio a Prato, ascoltando più volte i due figli di Mildiego e chiunque altro in grado di fornirci fondate testimonianze. Di particolare interesse le notizie su Manuel Beiras, la cui figura professionale ed umana, se fino all’uscita del libro era avvolta nelle nebbie, oggi acquista piena luce e dignità, e merita senz’altro un approfondimento da parte di chi studia il periodo sudamericano del nuovo Trio. Mi sarei aspettato dall’autrice solo una maggiore frequenza e precisione nell’indicazione dei luoghi e delle date; ma il mio modo di vedere, lo comprendo, è quello del biografo delle Lescano, non già del narratore: mentre ella, raccontando la storia di sua madre, ha inteso deliberatamente mantenere un tono colloquiale, per non appesantire inutilmente di precisazioni il testo.

Virgilio Zanolla
20 Dicembre 2012


Indietro