Ricordando il Trio Lescano

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Interventi vari della Redazione sulla miniserie televisiva
Le Ragazze dello Swing
prodotta dalla Casanova Multimedia e trasmessa su Rai Uno il 27 e 28 Settembre 2010,
regia di Maurizio Zaccaro


1° Settembre 2010

Dal 5 al 10 Luglio scorso si è svolta a Roma, tra l’Auditorium della Conciliazione e la Multisala Adriano, la quarta edizione del Roma Fiction Fest, manifestazione dedicata alla fiction italiana



Manifesto della quarta edizione del Roma Fiction Fest.

Ne parliamo qui perché tra le fiction italiane presentate in anteprima al pubblico c’era anche Le ragazze dello Swing, di cui viene confermata la programmazione nel prossimo autunno su Rai Uno. Su YouTube si trova un video, registrato nel corso di detta manifestazione, nel quale il regista della miniserie, Maurizio Zaccaro, ribadisce con chiarezza i principi cui è solito attenersi nel realizzare le fiction televisive che gli vengono affidate, inclusa ovviamente quella dedicata al nostro Trio. Alla giornalista che gli chiede come abbia risolto il problema della verosimiglianza, egli dichiara tra l’altro: «Dare dei sosia in prodotti del genere fa sempre un po’ senso […], preferisco evocare una situazione che non rappresentarla e trovare dei sosia avrebbe voluto dire rappresentarla». Idee rispettabili, certo, e magari anche suggestive agli occhi di qualcuno, ma che, a nostro avviso, non convincono. Ci sembra infatti alquanto arduo riuscire ad evocare in maniera efficace dei personaggi storici, specie se appartenenti alla storia recente, ancor viva nella memoria di molti, quando si scelgono, per farli rivivere sullo schermo, degli interpreti che a loro non assomigliano neanche un po’, tanto nel fisico quanto nel temperamento. È appunto il caso delle quattro attrici scelte da Zaccaro per interpretare le tre sorelle canterine, più la loro madre: attrici grintosissime, di grande avvenenza e sicura presenza scenica, ma proprio per questo agli antipodi dei tipi umani rappresentati nella realtà dalle Lescano. Abbiamo insomma ragione di temere che la fiction deluda le nostre aspettative, e proprio a livello di quell’evocazione di tutta un’epoca la quale, solo se credibile, è in grado di coinvolgerci emotivamente. Aspettiamo comunque di vedere in TV la miniserie sulle Lescano, prima di dare un giudizio definitivo.
Chi invece non ha avuto bisogno di aspettare è l’autorevole critico cinematografico Italo Moscati. Avendo presenziato alla proiezione in anteprima mondiale della fiction (Roma, giovedì 8 Luglio 2010, Sala Grande dell’Auditorium della Conciliazione) egli ha potuto pubblicare su CINE/blog le proprie impressioni, il cui tenore ci sembra trasparire già dal titolo del suo articolo: Le ragazze dello Swing: tra cinema e fiction sorridono (appena) le ragazze del trio Lescano. Invitiamo tutti i nostri simpatizzanti a leggere con attenzione le acute osservazioni di Moscati, che personalmente condividiamo in pieno, specie là dove manifesta ammirazione (e anche nostalgia, ci par di capire) per gli sceneggiati televisivi di quarant’anni fa, come Il segno del comando, diretto nel 1971 da Daniele D’Anza: lavoro che Moscati ha rievocato (immaginiamo da par suo) al Roma Fiction Fest.



Lo scrittore, sceneggiatore e regista Italo Moscati; su di lui si veda la pagina
http://www.comingsoon.it/personaggi/?key=75900&n=Italo-Moscati.


In Internet si trovano varie altre recensioni dell’anteprima de Le ragazze dello Swing proiettata a Roma. Esse sono tutte smaccatamente (e acriticamente) elogiative: «Un modo per raccontare con originalità gli anni Trenta e Quaranta» (Alessandra Pepe su “RecenSito”); «La composizione convincente del cast è forse la prima cosa che salta all’occhio dell’opera di Zaccaro» (Lucilla Grasselli  su “Movieplayer”); «Progetto ambizioso venduto in 16 paesi, Le ragazze dello Swing ricostruisce con grande gusto estetico l’Italia di quegli anni, alle soglie della Seconda Guerra Mondiale. […]. Deliziose le protagoniste, tutte e tre olandesi [ma la Osvart non è ungherese? - NdC] come il trio originale» (Giorgia Lo Iacono su “Cinecorriere”), ecc. ecc. Si direbbe insomma che al giorno d’oggi, per molti cronisti, uno spettacolo televisivo, solo perché è trendy, piace al largo pubblico e si vende bene all’estero, vada ipso facto incensato senza curarsi minimamente dei suoi contenuti…

Sempre a proposito della miniserie di Rai Uno Le ragazze dello Swing, «Il Giornale» ha pubblicato in data 19 luglio 2010 (p. 20, sezione Spettacoli) un articolo di Paolo Scotti intitolato Quando l’Italia fascista cantava le canzoni del Trio Lescano.
Ci è purtroppo capitato spesso di imbatterci in articoli sulle Lescano che, per un motivo o per l’altro, ci sono apparsi criticabili; questo de «Il Giornale», però, ci sembra che li batta tutti in fatto di disinformazione, tante sono in esso le cantonate e le fandonie da noi riscontrate. Ecco alcune di tali perle:
Le Blue Dolls, che hanno inciso le 12 canzoni che ascolteremo nella fiction, diventano qui le «New Dolls»: chissà come saranno contente le tre brave artiste di essere state renamed!
Interessante, invece, questa frase di Maurizio Zaccaro riportata nell’articolo, perché è rivelatrice delle reali intenzioni del regista: «Non abbiamo usato le incisioni originali [del Trio Lescano] perché avrebbero contrastato in modo troppo stridente con la modernità delle immagini». Egli ammette dunque che ciò che vedremo nella miniserie Le ragazze dello Swing ha ben poco in comune, sul piano figurativo, con l’epoca delle Lescano. Sappiamo anche che egli ama dare il nome di evocazione a questa sua scelta di modernizzare ogni cosa nelle fiction ambientate nel passato…



Una delle simpatiche locandine delle Blue Dolls.

La canzone Tuli-tuli-pan ha avuto anch’essa il titolo cambiato in Tulli-tulli-tullipan: non sarà per caso che l’Autore di questo e di altri consimili svarioni soffra, a sua insaputa, di una leggera (auguriamocelo) forma di dislessia? Non sarebbe male che si facesse dare una controllatina da qualche specialista, così, par acquit de conscience



L’etichetta del disco originale della canzone Tuli-tuli-pan,
versione italiana dell’americana Tu-Li-Tulip Time.

«La biondissima Andrea Osvart (ungherese), la sensibile Lotte Verbeek e la sbarazzina Elise Schaap (olandesi)» vengono definite nell’articolo «tre attrici slave». Saremmo curiosi di sapere se le tre interessate gradiscono di essere etichettate così.
Le tre Lescano furono «abbandonate in fasce dal padre ubriacone». Questa è pura diffamazione, giacché non esiste, a nostra conoscenza, alcun documento o testimonianza degna di fede che ci autorizzi a ritenere che Alexander Leschan sia stato un marito e un padre irresponsabile e vizioso: al contrario, vari indizi fanno pensare che, finché fu in grado di provvedere alla famiglia col suo onesto lavoro di artista di circo, non fece mai mancare nulla alle proprie figlie, a cominciare da un’eccellente formazione professionale nel campo della danza. Chissà che il fantasma di questo galantuomo non faccia una visita notturna, non proprio amichevole, a chi propala sul suo conto ignobili calunnie del genere.



A sinistra Alexander Leschan (1877-1945) con la prima moglie Helena Libot (1879-1908), entrambi acrobati di circo; ebbero due figlie, Maria e Diane. A destra lo stesso nei primi anni Venti, mentre si esibisce in un circo con la seconda moglie, Eva de Leeuwe (1892-1985), in una parodia di operette, la specialità di quest’ultima; la nuova coppia mise al mondo Alexandrina Eveline, Judith e Catharina Matje, rispettivamente nel 1910, 1913 e 1919. Oltre che acrobata, Alexander fu anche un apprezzato clown e, più tardi, stuntman nei film muti: fu appunto esercitando questo pericoloso mestiere che, verso la fine degli anni Venti, si infortunò gravemente, rimanendo per sempre invalido.
Come si vede, era assai piccolo di statura, proprio come le figlie, specialmente Giuditta Lescano, alta non più di un metro e cinquanta. L’attrice olandese Lotte Verbeek, che nella fiction ricopre il suo ruolo, è più alta di lei di circa venti centrimetri!

Le Lescano, prima di diventare cantanti di successo, erano «acrobate da circo e poi lavapiatti in un ristorante alla moda». Nossignori, erano ballerine acrobatiche (non è la stessa cosa) in rinomate compagnie di varietà che giravano l’Europa e c’è da scommettere che prima del ’43 non lavarono mai un solo piatto in vita loro.



Alexandra e Judith Leschan al tempo in cui formavano il
duo di ballerine acrobatiche Sunday Sisters (1934 ca.).

Le Lescano furono «scoperte da Gorni Kramer». Assolutamente falso! Lo sanno anche i piccioni (notoriamente piuttosto tonti) che a scoprirle, nel 1935, fu il M° Carlo Prato, l’ottimo insegnante di canto presso la sede torinese dell’Eiar. Quanto a Kramer, egli si limitò a comporre la melodia di cinque canzoni incise dalle Lescano, fra cui la celeberrima Pippo non lo sa (1940).

Ogni ulteriore commento ci pare superfluo, ma ci auguriamo che l’esimio Direttore de “Il Giornale”, Vittorio Feltri, butti l’occhio qui sopra, giusto per rendersi conto di come lavorano certi suoi collaboratori…

27 Settembre 2010

Riceviamo la seguente mail di un certo Dott. Michele T. [in chiaro nell’originale]. Riteniamo utile pubblicarla immediatamente e integralmente, senza cioè cambiare una sola virgola, giacché essa annuncia, nel tono e nella sostanza, con quali argomenti i nostri “avversari” intendano controbattere alle critiche che noi rivolgiamo, fin dalla creazione del sito, a pressappochisti, falsari e mistificatori di ogni risma, che si occupano delle sorelle Lescano senza conoscerle minimamente. I lettori sono invitati ad apprezzare, in particolare, la chiusa della mail, giacché si tratta di una perla di valore inestimabile:
«Gentile Curatore,
seguo abbastanza spesso la sua interessante rubrica, e trovo che abbia sempre dato prova di misura nelle sue osservazioni; ma da qualche tempo in qua, sono sorpreso per la continua serie di critiche contro il libro di Gabriele Eschenazi e il film televisivo di Maurizio Zaccaro, che ottengono puntualmente spazio nel “Notiziario”; tra l’altro, siccome il film di Zaccaro verrà programmato solo stasera, come si possono rivolgere tante critiche a quel che non si è ancora visto? Non trova anche lei che siano davvero (e sospettosamente) eccessive? Ho letto il libro di Eschenazi e ho gradito molto le tante cose che ci ha narrato con garbo sulle tre sorelle ebree olandesi, che molti di noi senz’altro ignoravamo. Perché dunque criticarlo tanto? Che importanza può avere se è stato sbagliato qualche cognome o qualche data, e se il padre delle Lescano ha abbandonato le figlie, o sono state le figlie ad abbandonare il padre? Questo non cambia il valore delle loro canzoni, e mettersi a criticare guardando alle virgole è un po’ come discutere sul sesso degli angeli. Sul Trio Lescano non esisteva un libro ed Eschenazi ha semplicemente colmato la lacuna; se poi qualcuno ritiene di scrivere cose più esatte, si faccia avanti. Sulla questione dell’arresto, poi, state facendo solo un gran polverone: qualcuno di voi c’era, per poter affermare con sicurezza che non ci fu? Credo che la miglior prova del contrario stia proprio nel fatto che l’arresto delle cantanti risulta il punto saliente nel film di Maurizio Zaccaro: la Rai è un servizio pubblico, pagata coi soldi di tutti: perciò non può avere nessun interesse a mettere in giro delle panzane.
Cordiali saluti, ecc.».
Modestamente, se abbiamo creato il presente sito con la sua pagina interattiva di Notizie, è proprio perché riteniamo di essere in grado di scrivere, sul Trio Lescano, cose più esatte di quelle scritte da altri: cose non inventate, ma che risultano dagli innumerevoli documenti originali che abbiamo riportato alla luce. In quanto all’arresto, il Dott. Michele T. è invitato a leggere con tutta l’attenzione di cui è capace il saggio del nostro collaboratore Virgilio. Il quale, pur essendo genovese, non era presente al fatto, è vero, ma per il semplice motivo che non era ancora nato; questo però non gli ha impedito di reperire le prove certe che, alla fine del ’43, le sorelle Lescano non stavano in prigione, al Marassi, bensì al lavoro, per guadagnarsi onestamente da vivere, come avevano sempre fatto fin dal loro arrivo in Italia. O avevano il dono dell’ubiquità, o in carcere non ci sono mai finite: tertium non datur. Con buona pace di Mamma Rai, la quale, essendo «un servizio pubblico», non dovrebbe mai mentire, per definizione: parola del Dott. Michele T.

Più di un lettore ci scrive per manifestarci il proprio sconcerto di fronte al diluvio di lodi sperticate tributate, in modo assolutamente acritico, al libricino di Gabriele Eschenazi e alla fiction di Maurizio Zaccaro in arrivo stasera nella TV di Stato (Rai Uno). Valanghe di elogi a buon mercato, che troviamo sia sui giornali e periodici in vendita nelle edicole, sia in innumerevoli siti e blog che affollano la Rete. Parafrasando un gradevole film di una dozzina di anni fa, si potrebbe dire: tutti pazzi per Le ragazze-regine dello swing!
C’è da scommettee che per tutti questi incensatori da claque le nostre riserve e critiche, seppur suffragate da prove inconfutabili, saranno (supposto che ne siano al corrente) nient’altro che elucubrazioni di un gruppo di nostalgici, i quali vorrebbero far rivivere il passato nella sua autenticità, invece di “evocarlo” o “interpretarlo” in modo da conciliare, come oggi è assolutamente prioritario, political correctness e business.
Che possiamo dire a questi nostri amici che preferiscono la verità, anche quando è dura e scomoda, alla menzogna, magari allettante e di comodo? Che il mondo va attualmente così ed è sempre più difficile (presto sarà probabilmente impossibile) dissipare la spessa cortina fumogena di bugie e mistificazioni che, per ignoranza, conformismo, interesse o altro, i media spargono intorno a noi, al fine di impedirci di ragionare con la nostra testa. E bisogna riconoscere che il loro compito è facilitato dalla generale acquiescenza della gente, ormai assuefatta ad accettare ogni cosa passivamente, specie se si tratta di trash.
Le Lescano “evocate” nella miniserie di Rai Uno non hanno quasi niente in comune con le vere Lescano? E allora? Le loro controfigure, incarnate dalle tre palestrate watusse, presto le avranno completamente rimpiazzate nell’immaginario collettivo: d’ora in poi saranno loro le vere Lescano, mentre le loro vere voci saranno quelle, modernissime, delle Blue Dolls. Libro e fiction si vendono bene, i critici dei giornali – di ogni tendenza – plaudono, l’audience è alle stelle: che si vuole di più?
Noi comunque non ci lasceremo impressionare da questa poderosa macchina del consenso di massa, già vista in passato con gli esiti che sappiamo. Non cambieremo rotta, fieri della nostra diversità e dell’inevitabile solitudine che l’accompagna. Ci conforta questa bella massima di Rivarol: «les moutons s’attroupent, et les lions s’isolent». Capisca chi vuol capire.

28 Settembre 2010

Virgilio Zanolla: «Cari amici, siamo ancora vivi, grazie a Dio. Certo che, quando ci si mette, mamma Rai fa proprio le cose per bene! La serata è cominciata col programma I soliti ignoti - Le identità nascoste (che io non vedo mai, preferendo largamente Striscia la notizia, il TG2 o i programmi de La 7): dove – e chiedo in anticipo scusa per il bisticcio – indovina chi era il primo personaggio da indovinare? Ma Andrea Klara Osvárt, è ovvio! Peccato solo che al termine del facile “riconoscimento” l’attrice ungherese (assolutamente bellissima, non ci piove), intervistata dal presentatore, Fabrizio Frizzi, sul film di Zaccaro di successiva programmazione […], si sia espressa con queste testuali parole, che infatti virgoletto: «abbiamo ricostruito la storia vera delle Lescano»! Oddio, che mal di pancia mi è venuto a queste parole!
Ma veniamo alla prima puntata del film televisivo, tratto «da un’idea di Gabriele Eschenazi» (per fortuna ci ha messo solo un’idea, altrimenti...). Dico la verità: l’ho trovato meno peggio di quel che pensavo, e onestamente l’ammetto. La regia non è malvagia, è solo la storia ad essere infarcita di falsità conclamate e, quel ch’è peggio, consapevoli, dunque volontarie. Discreto l’inizio, bella la scena del bordello, con la tariffa delle marchette che si pagava a orario, bella la casa torinese “povera” delle Lescano coi ballatoi interni, tipici dell’anteguerra, e discrete le scene dell’avanspettacolo, con l’albergo di Mondovì che ha un solo gabinetto (per inciso, ricordo che a Mondovì esordì sulle scene – nel 1884, se ricordo bene – la grande Eleonora Duse), nonché il “ricordo olandese” di Delft (uno dei luoghi più incantevoli del mondo, legato indissolubilmente al ricordo di Vermeer); mentre la scena al ristorante La Grange è così così, un po’ tirata via (figuriamoci tutta quella manfrina per Barzizza: erano altri tempi, nei locali c’era più rispetto, la riservatezza dei grandi era sacra); ho trovato davvero bellissima la scena dell’audizione EIAR, con le tre ragazze emozionate che sfiorano i tasti del pianoforte. Anche le scene degli spettacoli sono discrete, e in quella in cui esse incidono il disco Non dimenticar le mie parole, il cantante che fa la parte di Emilio Livi ha proprio la sua voce: bravo. Per il resto, buoni i costumi e gli interni abbastanza veridici, ma... Ma quanti  e spesso grossolani svarioni! Ne elenco qualcuno.
1) Siamo nel 1935: Battiston, l’impresario, parla con due suoi colleghi, e a un certo punto afferma con retorica interrogazione: – E chi ti trovo? – E quelli: – Rabagliati? Natalino Otto? Peccato che nel ’35 Natalino Otto fosse ancora Natalino Codognotto e cantasse solo sui transatlantici. 
2) Quando Battiston entra nella casa “povera” delle Lescano si vede palesemente il microfono.
3) Assurdo il fatto che Battiston offra una casa così lussuosa alle Lescano prima ancora che queste avessero inciso il primo disco. E qui, a seguire, ci sarebbe anche la solita balla delle «mille lire al giorno» che nessuno – tanto meno un impresario avveduto – si sarebbe mai sognato di “sparare” così a ruota libera: semplicemente surreale.
4) In una scena – siamo sempre nel 1935 – vien detto che «le parole straniere sono abolite». In un’altra – siamo nel ’36 – Battiston decide di italianizzare Leschan in Lescano, e parla di una «circolare del Regime»; ma l’autarchia linguistica di Starace risale soltanto alla fine del ’37 o all’inizio del ’38; dunque, altra assurdità. Del resto, non c’era bisogno di tirar fuori circolari per italianizzare dei nomi che, semplicemente, nella nostra lingua suonavano, alla radio, più familiari ed eufonici. Tutto qui.
5) Arbitrario e irritante il fatto che, in una esecuzione pubblica di È arrivato l’ambasciatore, si sia attribuito ad Alessandra Lescano la parte che era (nel disco) di Nuccia Natali. Allora, le cantanti della Radio quasi sempre si esibivano in giro nelle stesse formazioni con cui incidevano i dischi: tant’è vero che, a Torino, spesso le esecuzioni EIAR trasmesse alla radio venivano riprese direttamente da alcuni locali.
Circa gli attori, non ho particolari riserve da esprimere, a parte la statura eccessiva delle tre interpreti: le quali, però, se la cavano in modo abbastanza credibile, idem i personaggi di contorno, a partire dalla madre: dove l’ancor bella Sylvia Kristel è poco “granatiera”, ma forse va bene così. Il cameriere che corteggia Kitty non è un cattivo attore e non sarebbe un brutto ragazzo, ma i suoi baffi interrotti a metà proprio sotto il naso sono senz’altro la cosa più disgustosa che abbia visto finora nel film.
Le mie critiche, ahimè, si appuntano invece sui brani incisi dalle Blue Dolls: le quali sono senz’altro corrette e “a tono” dal punto di vista vocale, ma – grazie alla complicità della nuova versione orchestrale – privano molti brani delle Lescano del loro mordente, cioè dello swing: che è tutto! Fatto ancor più significativo, tale pecca si fa drammaticamente evidente in un brano che non è neanche musicalmente spericolato, La gelosia non è più di moda: dove l’effervescenza dell’orchestra Barzizza e la stessa vocalità delle interpreti si annacqua in un osceno “zum-pa-pa” che fa semplicemente inorridire; analogamente, in Ultimissime e in un altro brano che ora non ricordo, è evidente l’arrangiamento orchestrale che nei passaggi-chiave delle canzoni ne “smorza” certi virtuosismi... Perché? Opinione sintetica (e chi vuol capir capisca): perché Pippo Barzizza purtroppo non è più tra noi, e le Blue Dolls non sono le Lescano, vale a dire, non dispongono della loro stessa magica duttilità vocale.
Così, come succede spesso anche con certe famose soprano in difficoltà, quando l’aria è particolarmente impegnativa l’orchestratore abbassa il registro delle note acute, et voilà! Lo fece perfino un direttore d’orchestra come Richard Bonynge per la moglie Joan Sutherland in un’edizione della Traviata rimasta famosa: perché la sera del 17 Febbraio 1983 al Teatro Margherita di Genova (io c’ero), durante il duetto «Parigi o cara...» la difficoltà a cantare in quel modo fece steccare il povero tenore, Lamberto Furlan, scatenando un putiferio colossale da parte del pubblico: andò a finire che interpreti e direttore d’orchestra abbandonarono la scena sommersi dai fischi, e l’opera non andò più avanti. 
Trovo, infine, ironicamente amaro il fatto che si sia fatto vedere per alcuni istanti un filmato originale delle Boswell Sisters, e nessuno del nostro Trio.  Fine della prima parte...».

Mail di Franco Ceccarelli: «Amici, ho visto, a tratti, la fiction: tutta intera non ce l’ho fatta! Credevo piovesse, invece è grandinato. La seconda puntata me la racconterete voi, se ce la fate a vederla. Io non sono un santo, non sono un moralista e nemmeno un bigotto: mi considero un “libero pensatore”, ma la volgarità, sciorinata senza alcun motivo, la dice lunga su come siamo ridotti oggi, grazie a quello che ci viene propinato in TV. Il grave è che certe produzioni, alla fin fine, le paghiamo noi coi soldi del canone. Un amarissimo ciao a tutti».

Mail di Sandro Peppoloni (ore 14.00): «Ho letto le Notizie di oggi e in sostanza – avendo anch’io visionato completamente (con tanto di appunti) la prima parte della fiction – sono quasi completamente d’accordo coi cinque punti elencati da Virgilio. Ma lo sono ancora di più con Franco, per la volgarità gratuita, per la fatica che si fa ad assistere (per citarne solo un paio di cose) alle reiterate scene nel bordello o a quella della falsa e anacronistica concupiscenza del personaggio di Eva De Leeuwe (che, fino alle scene precedenti, era puritana e bacchettona) nei confronti del repellente, seppur umano, personaggio dell’impresario Fiore.
C’è una lentezza affaticante nel trascinarsi delle scene, s’indugia spesso su particolari insignificanti, che rallentano e insabbiano il racconto e sono inutili per la comprensione della vicenda. Non si capisce, poi, quale sia la logica dell’uso dell’olandese, con sottotitoli in italiano, in alcune scene della madre con le figlie, mentre in altre gli stessi personaggi parlano in italiano con forte accento straniero.
Posso dire di esser contento e fortunato per non aver visto altri “lavori” di Zaccaro, prima di questo. Prevedo che la seconda e ultima parte, che si vedrà stasera, sarà ancora peggiore».

29 Settembre 2010

Virgilio Zanolla ci segnala un sorprendente articolo, apparso su La Stampa di Torino. È intitolato Blue Dolls-Trio Lescano la fiction si tinge di giallo ed è a firma di Luca Indemini. Il sottotilo ne chiarisce meglio il contenuto: Il trio torinese interpreta tutte le canzoni del film ma il ruolo non è riconosciuto.
Che dietro la realizzazione di questa miniserie Rai, prodotta dalla Casanova Multimedia di Luca Barbareschi, ci siano cose poco chiare ce ne siamo già accorti constatando il cambiamento, all’ultimo momento, del titolo del volumetto di Gabriele Eschenazi pubblicato dall’Editore Einaudi. Ora salta fuori che le Blue Dolls, le quali interpretano la totalità delle canzoni incluse nella fiction (mentre le tre attrici fanno solo finta di cantare), sono state “oscurate”. Avrà ragione Paolo Volante, manager di Viviana, Flavia e Angelica, quando ipotizza che la «Rai Fiction non abbia piacere che si parli del ruolo delle Blue Dolls», per cui le tre artiste italiane «potranno vivere il loro momento di gloria solo sui titoli di coda»? Dubitiamo che si possa mai sapere come sono andate realmente le cose dietro le quinte: vale comunque la pena di leggere l’articolo in questione perché, per una volta, è scritto bene da un giornalista che non ha paura di dire pane al pane. Come piace a noi.

Mail di Virgilio, intitolata Le watusse dello swing, II: «...Seconda ed ultima puntata. Comincio a chiedermi chi siano questi misteriosi personaggi: il Piero che ha “torbide attenzioni” verso Judith, il famoso cameriere dai disgustosi baffi interrotti che ama Kitty, il capetto fascista (Sergio Assisi) che subisce misteriose e inquietanti mutazioni ‘tricotiche’ (dato che quando fa l’amore con Alexandra ha i lunghi ciuffi assassini che gli ondulano ai lati del viso, mentre quand’è in servizio, viceversa, la brillantina non è mai troppa, e c’è senz’altro una stiratrice che gli pialla la chioma sul cranio). Circa, poi, la questione del Capodanno Fascista, e del rifiuto del Trio a cantare, nutro forti perplessità che, davanti a tale proposta, le nostre olandesine avrebbero detto di no, e meno ancora che l’avrebbe fatto per loro la madre Eva. Gli sceneggiatori confondono troppe volte (forse a bella posta) la cronologia dei fatti: nel ’37 non c’erano ancora persecuzioni razziali in Italia, anche se Mussolini aveva appena firmato il patto Roma-Berlino. Ad esempio, nel ’37 un gerarca tira fuori una battuta sugli organi genitali attribuita a Starace: senz’altro prematura, però. Certamente per errore (un po’ d’attenzione!) appare la sovrascritta “1936” in luogo di “1938”: ma, anche se la scritta fosse stata giusta, riguardo alla persecuzione ebraica si attribuiscono al ’38 comportamenti che sono troppo in anticipo sui fatti; il certificato di non appartenenza delle Lescano alla razza ebraica, poi, è del Novembre ’39: e quanto alle tessere fasciste, a consegnargliele provvide probabilmente qualche incaricato del Prefetto, non certo un gerarca imbecille recandosi saltellante nel loro camerino. Bellissima (la migliore della puntata) la scena in cui il Trio gira la famosa scena di Ecco la radio!, visibile anche su YouTube. A questo punto, tuttavia, confesso d’avere perso il bandolo della matassa: ma Giuseppe Funaro non amava Judith? e allora come mai finisce a letto con Alexandra? Mistero gaudioso: tanto il poverino non può più parlare, e quindi non può mandare gli sceneggiatori dove certo molti li staranno invitando urgentemente a recarsi.
Sulla faccenda dell’arresto genovese mi piacerebbe tanto soprassedere, ma come si fa? Quelle scene sono un insulto al buon senso, prima che alla verità: proprio tutte. A partire da quella dell’arresto: con un drappello di militari armati fino ai denti che scende da un camion per recarsi - insostenibile leggerezza dell’essere! - proprio sul palco del cine-teatro dove canta il Trio; ma neanche le Sturmtruppen di Bonvi avrebbero agito con tale elefantiaca idiozia: qui si offendono veramente gli esponenti della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, che di offese magari ne avranno meritate mille, per carità, meno quella di essere stati dei deficienti! Riguardo all’interrogatorio, con lo pseudo-commissario che domanda di Tuli-Tuli-Tulipan, c’è da toccarsi per vedere se siamo veri... E dopo tante nequizie nei confronti delle nostre tre, cosa succede? Che proprio il comandante nazista, cioè quello indiziato come cattivone numero uno, chiede alle Lescano di cantare in concerto: ma che anima candida! Ora, a parte il fatto che gli uffici carcerari e gli interni di Marassi sembrano la reggia di Versailles (venite a vederli...), figuratevi un po’ quale morale per la cittadinanza e i nostri prodi combattenti nel sentire arrivare da un carcere il rumore di una festa! Come se l’equivalente cileno di Vasco Rossi si fosse recato a cantare nelle carceri di Santiago, dove stavano i disperati cacciati lì da quella canaglia di Pinochet.
La scena in cui il nostro Trio canta La gelosia non è più di moda in mezzo ai detenuti, che ululano di piacere manco fosse appena scappato dalla sua cella Papillon o Rambo, è semplicemente da mentecatti, e raggiunge – quasi – il livello d’idiozia del finale di Novecento parte II di Bertolucci, quando i partigiani, anziché far finalmente la festa ai fascisti loro persecutori, gettano le armi e si mettono tutti a suonare il violino e a danzare come fossero alla festa del paese, o – più attendibilmente – come fossero tutti ‘fatti’ con qualche sostanza... Ciliegina finale su questo splendido esempio di aderenza al buon senso: nel momento in cui le nostre olandesine escono dal carcere, chi va ad attenderle lì fuori, con grande sprezzo del pericolo? Proprio la madre, l’israelita Eva de Leeuwe! A questo punto, quale importanza assume il fatto che non ci sia mai stato nessun arresto delle Lescano, e quasi certamente neppure alcuna denuncia? Inutile insistere su questo tasto, quindi procedere sulle assurdità riguardanti il tentato salvataggio di Funaro da parte di Alexandra, eccetera: ormai la misura è colma. Tutta la storia procede secondo la più stucchevole e inveterata banalità narrativa, coi fascisti cattivoni e opportunisti da una parte, i partigiani esaltati dall’altra... Un fascista perbene e un partigiano meno propenso a sbraitare a destra e a manca col fucile in mano, no, eh? Eh certo, a sforzarsi di concepirli così, fumano i pochi neuroni che uno ha... Mi par quasi di sentirli, gli autori di questa meraviglia, sbottare: «Oh, questi rompiscatole che importunano i veri creatori con le loro volgarissime fisime sulla verità storica, che ormai non interessa più a nessuno!».
Passiamo dunque, di nuovo, ad altre note dolenti: che sono sempre le stesse, ovvero l’inadeguatezza della veste musicale. Ieri, nella prima puntata, ho criticato le Blue Dolls: ed è vero, non sono certo le Lescano; ma preso atto di questo assioma, bisogna ahimè ribadire il fatto che chi ha orchestrato e diretto le canzoni non è Pippo Barzizza: e questa ‘pecca’ è assai più evidente e più grave. Ho riascoltato attentamente i brani: in tutti, in sottofondo, si avverte quel disgustoso ’zum-pa-pà’ che spezza il dinamismo dello swing e lo annacqua, costringendo il suo ritmo a un’esecuzione che richiama vagamente certi concerti bandistici nelle piazze di paese. D’accordo, Barzizza era il Raffaello Sanzio della bacchetta, ma per carità, bastava un po’ di sbrigliatezza: neanche un Pinturicchio, come avrebbe detto l’Avvocato buonanima, anche solo un Francesco Botticini: purché onesto e di buona volontà... Ma la buona volontà in questo film televisivo è come l’araba fenice... 
In conclusione: ho visto solo un paio di scene memorabili, quella del Trio negli studi dell’EIAR in attesa della prima audizione e quella del Trio quando interpreta Papà e mammà per il film Ecco la radio!  S’intende, qualche altra bella scena c’è stata, per carità, anche se non così alta. Ma se mettiamo sui piatti della bilancia il buono e il cattivo, quale piatto potrà essere a pesare di più?».
Un’unica osservazione. La tessera di adesione al Partito Nazionale Fascista, che nella fiction le Lescano sono di fatto costrette ad accettare dalle mani del Prefetto (Giuditta però si mostra meno recalcitrante di Sandra e Caterina), nella realtà fu richiesta dalle tre sorelle, col tono quasi della supplica, al Duce in persona. Detta tessera l’ottennero in data 29 Ottobre 1942 (v. Appendice 5). Tutta la pratica è custodita presso l’Archivio di Stato di Roma: chissà se il trio Eschenazi-Ippoliti-Zaccaro, queste cose, le sa? E se i sullodati le sanno, con quale coraggio hanno falsificato in tal modo la Storia?

30 Settembre 2010

Mail di Lea Vergesi: «Che dire della fiction appena conclusa? Ciò che di essa mi è piaciuto di più è la sua (relativa) brevità. Non ho chiuso occhio un’intera notte al pensiero che potesse durare non due puntate, bensì quattro o – prospettiva per me da incubo – addirittura otto:  con, di conseguenza, svariate altre scene nei postriboli e innumerevoli altri amplessi filmati a distanza ravvicinata, da quelli al calor bianco di Alessandra (gesummaria, chi l’avrebbe mai detto, guardando le foto che di lei ci restano, che fosse assatanata a quel punto?) a quelli, presumibilmente più tranquilli, dell’attempata, ma tutt’altro che rinunciataria mamma Eva. C’è da scommettere che la fiction, se solo fosse durata più a lungo, ci avrebbe regalato senza fallo qualche corpo a corpo pure di quest’ultima, e non solo con l’impresario partenopeo Fiore, piccolino e dagli occhi bovini, ma anche con l’altro suo collega, il corpulento tabagista e buona lana Canapone. Proprio lui, sì, quello che alla fine scappa in Brasile col tesoretto, tirando un colossale bidone non solo alle Lescano, ma, peggio ancora, alla sventurata prostituta dal cuore d’oro, che si illudeva di venir da lui redenta e magari, chissà, perfino impalmata. Tutto inventato, ben inteso, ma di sicuro effetto su un pubblico di Calandrini.
Ecco, è proprio questa miserella maddalena una delle poche figure di secondo piano che mi siano piaciute. Tutti gli altri comprimari li ho trovati stucchevoli e scialbi, specie i musicisti: Barzizza, Kramer, Prato (!) e compagnia non mostrano nella fiction un briciolo di personalità, tanto che al loro posto si potevano mettere tranquillamente dei manichini, risparmiando sul budget. Si direbbe poi che fumare in continuazione sia l’unica attività che li tenga occupati e, ahinoi, li diverta. Già, questa è un’altra cosa che mi ha dato enormemente fastidio: il film sembra essere un lungo spot pubblicitario a favore di sigarette, sigari e pipe, e meno male che ci sono state risparmiate altre tecniche inalatorie, tipo spinelli, sniffate, narghilè e simili.
In conclusione sono anch’io del parere che il denaro pubblico della Rai – suppongo tanto – si poteva spendere in cento altri modi, sicuramente migliori di questo. Tutti quelli che hanno partecipato all’allegro festino andrebbero mandati a casa, o, ancor meglio, a tener compagnia a Lucignolo. Non occorre che vi precisi dove».
Mail di Alessandro Rigacci: «Anch’io, come molti altri collaboratori, ho seguito entrambe le puntate de Le ragazze dello swing. E anch’io, come molti altri, sono rimasto assai deluso. Mi trovo pienamente d’accordo con tutti gli appunti fatti da Virgilio e non ho molto da aggiungere. Posso dire, però, che per quanto mi sia sforzato di capire, non sono riuscito a spiegarmi alcune scelte fatte, immagino, dai soggettisti e dagli sceneggiatori, che hanno caratterizzato l’intero svolgimento della storia. Ad esempio, la scoperta delle Lescano e il loro debutto davanti ai microfoni radiofonici è tuttora materia di discussione, dato che esistono decine di versioni differenti e contrastanti fra loro, quindi capisco benissimo la scelta dei soggettisti di inventarsi la storia della scalcinata compagnia di Gennaro Fiore, che serve, oltre a dare un inizio al film, anche a dare un’idea sul mondo dello spettacolo di quel periodo. Tuttavia non capisco perché andarsi a infangare mettendo di mezzo il personaggio dell’impresario Canapa, quando sappiamo benissimo che l’impresario delle Lescano di quel periodo era Enrico Portino. In fondo non cambiava molto.
Seconda cosa: perché inventare di sana pianta tutta quella storia del Capodanno fascista con l’abbandono di mamma Eva? Forse per accentuare l’avversione delle Lescano al Regime e per introdurre la storia delle tessere del PNF? Ma mi dico: non era più bello, e anche più intrigante, un soggetto dove si vedesse queste tre povere ragazze che, in un periodo alquanto caotico, per salvare la madre e per tutelarsi anche loro, facevano richiesta della cittadinanza italiana e delle tessere del PNF? In fondo anche così, ovvero romanzando la verità storica, si arrivava alla conclusione che le Lescano non erano in sintonia col Regime, né, probabilmente, ci capivano niente di politica, ma furono costrette a fare determinate azioni per salvare la pelle. Altra cosa: qual è il senso della storia d’amore tra Giuseppe Funaro e Alessandra? Accentuare ancora di più il fatto della deportazione e della morte di Funaro, amico delle Lescano? Ma anche qui: non era più semplice narrare una semplice amicizia fra Funaro e il Trio, magari inventando alcune serate fatte insieme chissà dove (del resto chi può dirci il contrario?), evitando cioè di manipolare un po’ troppo la verità? Del resto se volevano una storia d’amore fra una Lescano e un’orchestrale c’era quella di Giuditta con Cianfanelli. Queste sono due fra le cose che non sono riuscito a spiegarmi.
Ci sono poi vari errori: Alberto Rabagliati che nel 1937 pasteggia assieme a Pippo Barzizza a Torino, durante un concerto delle Lescano. Peccato che Rabagliati, in quel periodo, fosse in tournée con i Lecuona Cuban Boys; egli tornerà in Italia, per di più a Milano e non a Torino, solo nel 1939, debuttando pochi mesi dopo all’EIAR, ovvero quando le Lescano erano già “le tre Grazie del microfono” e Rabagliati non era nessuno: quindi è inutile la scena dei fiori a Caterinetta, con le sorelle che parlano di “Rabagliati, Rabagliati”, come fosse chissà quale divo! Anche qui bastava documentarsi un po’ (diciamo un minimo) e far slittare la scena di tre anni, per ambientarla, magari, fra gli studi EIAR, con Caterinetta corteggiatissima da Rabagliati e da Aldo Donà. Altro errore grossolano: per tutto il film presenzia fra i direttori d’orchestra EIAR, Gorni Kramer: peccato che Kramer fosse stato allontanato dall’EIAR a causa della sua Crapa pelada, motivo censuratissimo del 1936. E soprattutto Kramer non era fra i direttori d’orchestra di Radio Torino! Infine un errore logico: per Maramao perchè sei morto? viene convocato davanti al commissario Mario Panzeri, autore del pezzo; poco dopo per Tulipan, vengono convocate le tre sorelle Lescano, esecutrici  del pezzo. Allora, mettiamoci d’accordo: la colpa è dell’uno o delle altre?
Per tutto il film non viene mai citato il Maestro Cinico Angelini. Durante l’esibizione di Piccole stelle dell’attrice che interpreta Nuccia Natali, si sentono volare, tra gli applausi, alcune grida: “Brava Nuccia! Brava Nuccia!”. Però nessuno, poi, dice il suo nome per esteso. I vari Bonino, Carboni, Garbaccio, Fioresi, Bruni, Termini, Boccaccini è come se non fossero mai esistiti. Magari qualche scena in meno tra i bordelli e una scena in più fra gli studi EIAR avrebbe fatto la differenza».

Mail di Christian Schmitz: «Ho visto quasi tutta la miniserie sulle Lescano. Purtroppo sono rimasto parecchio deluso e anche un po’ irritato, lo confesso. C’era l’occasione di fare qualcosa di sensato e bello, e magari anche veritiero, per raccontare una vicenda umana che già di per sé rappresenta la trama di un romanzo d’altri tempi. Invece ho visto solo “macchiette” e falsificazioni grossolane.Capisco che scegliere tre attrici di piccola statura, e magari non bellissime, poteva sembrare una soluzione inopportuna, ma le tre pur splendide protagoniste non somigliano neanche lontanamente alle Lescano, almeno per come le abbiamo sempre viste e le conosciamo attraverso le tante foto che tutti noi abbiamo in mente. Non bellissime, forse, ma graziose e fini: in special modo Alessandra, secondo me.
Per tutto questo, passi... ma la recitazione per quello che ne so io, è pur sempre un’altra cosa. In Rai non si riesce più a ripetere la magia dei grandi sceneggiati degli anni Sessanta. Ovvio:  Bice Valori, Gino Cervi, Paolo Panelli e compagnia bella sono purtroppo morti, e con loro un’epoca fatta di attori capaci e credibili.
Un altro elemento (su mille altri che sarebbe troppo lungo elencare) mi ha proprio stupito e seccato. Come possono pensare che in Eiar, alla visione di un filmato delle Boswell Sisters – e almeno questa ‘filiazione’ è stata riconosciuta – i musicisti presenti dicano “Senti che ritmo? Questo lo chiamano swing”? Nel 1935? Nel Luglio di quell’anno Kramer aveva già inciso diversi brani splendidi, pieni di... non può essere! Swing! Ascoltate ad esempio I Promise You, risalente al 1932 ca.
All’epoca, se non sbaglio, da almeno 10 anni i musicisti italiani che si occupavano di musica ritmica sapevano benissimo cosa fosse lo “swing”. Barzizza stesso racconta che intorno al ’29, dopo aver ascoltato un disco di Whiteman, rimase folgorato, e anziché andare a fare il copista alla Scala di Milano, decise di dedicarsi al “jazz” a tempo pieno. Perché? Ma perché era musica che aveva swing, senza dubbio!
Negli splendidi affreschi che molti ammirano sulle pareti delle più belle chiese in Italia, i Santi vengono riconosciuti grazie al simbolo che li rappresenta. Santa Lucia? Una bacinella con gli occhi. San Lorenzo? Una graticola infuocata. San Sebastiano? I dardi che lo trafiggono. Ma allora perché Kramer (Kramer? in Eiar?) dovrebbe avere con sé sempre la tromba, o Barzizza la famosa pipa? A me è sembrata una forzatura ridicola, che abbassa tutti i personaggi a livello di macchiette, come poteva fare Maldacea per prendere in giro i “tipi” umani.
Insomma, un’altra occasione mancata!».

Mail di Peppa P. [cognome abbreviato anche nell’originale: che stia per Pig, come l’eroina del famoso cartone animato?]: «Salve, cercando notizie in Internet sul trio dell’epoca fascista, sono capitata sul vostro sito. In verità non sarebbe impostato male, ma siete antipatici, perché troppo saccenti. Si direbbe che sapete tutto voi, mentre gli altri sono mezzi scemi e anche disonesti, in quanto, secondo voi, raccontano solo balle. Un po’ di modestia, vi ci vorrebbe, ecco! Odiosa, poi, la vostra campagna denigratoria nei confronti del film per la tv Le ragazze dello swing, che io ho trovato bellissimo, penso il migliore in assoluto tra quelli finora realizzati dal grande Zaccaro, che sono tutti dei capolavori. E che dire poi dell’interpretazione di Sergio Assisi, che io giudico da premio Oscar, ma che voi non avete neppure notato? Avete il prosiutto [sic] sugli occhi oppure siete maledettamente gelosi, perché lui è bello come un dio, mentre voi siete brutti e magari anche vecchi e sdentati? Non vi guarderò più».
Il Curatore assicura la gentile visitatrice occasionale che i suoi denti sono tutti al loro posto (meno due del giudizio, che purtroppo ha dovuto togliere) e in buono stato di salute. Quanto alle età dei collaboratori del sito, esse sono tutte rappresentate, dai 16 agli 82 anni.

Mail di Massimo Menozzi: «Non entro nel merito sulla qualità e la verosimiglianza storica della miniserie, vi invito solo ad una riflessione. Come sapete, come Maxmenox60, ho pubblicato su YouTube più di cento video di canzoni anni Trenta-Quaranta. I miei video hanno complessivamente circa 1.500 contatti giornalieri, con punte fino a 1.800 nel fine settimana. Ieri ed oggi i contatti sono passati a 15.000 ! Tutti, dico tutti, grazie alle Ragazze dello Swing. Solo La gelosia non è più di moda che fa da leitmotiv allo sceneggiato ha avuto più di 5.000 contatti! Bella o brutta, verosimile o no, la serie ha suscitato un interesse per il Trio incredibile, e questo a me sta bene».
Sta bene, anzi benissimo pure a noi, tanto più che l’amico Max fa ascoltare la versione originale della meravigliosa canzone e non quella taroccata della fiction. Ci dispiacerebbe però che qualcuno, sulla scia delle giuste considerazioni di Max, fosse indotto a pensare che la fiction Rai abbia (ri)destato tanta curiosità intorno alle Lescano proprio perché è una pacchianata, mentre, se fosse stata realizzata con criteri diversi, più rispettosi della verosimiglianza storica, avrebbe fatto flop.

Mail di Massimo Baldino: «Ho visto in TV la fiction sulle Lescano. Cosa posso dirvi, è più o meno come me la immaginavo: romanzata all’eccesso, piena di errori/orrori e di inesattezze inaudite. Non saprei proprio cosa aggiungere, e trovo un unico aspetto positivo: che qualcuno, vedendola, imparerà se non altro a conoscere l’esistenza di queste tre splendide artiste, ricorderà il loro nome. Alludo ai giovani, soprattutto, mentre chi già ne conosceva l’esistenza, ma non conosceva la loro vita, finirà (e questo è l’aspetto negativo) per conoscerla in modo approssimativo ed errato.
Del resto i film biografici sono quasi sempre soggetti a questo doppio risvolto.
L’esigenza di romanzare (anche dove non sarebbe il caso), di supporre dove sarebbe invece meglio approfondire o piuttosto glissare, e di voler rendere eccezionale ciò che sarebbe già di per sé speciale, contagia in questo genere di lavori quasi tutti gli sceneggiatori, con devastanti conseguenze per l’attendibilità dell’opera.
La seconda parte della fiction (di nome e di fatto) scade poi nel ridicolo più drammatico. Era ovvio che un lavoro così complicato (come sempre è quello di ricostruire un’esistenza, figuriamoci tre!), affrontato con tanta leggerezza e approssimazione, man mano che si avvicinava agli episodi più cruenti e intricati, sia della loro vita che della realtà storica del paese (perché pure su quella sono stati commessi svarioni imperdonabili), non poteva che claudicare sino alla rovinosa caduta.
Credo che non solo chi con molta passione si è interessato alla vita e alle personalità delle tre ragazze che “fecero innamorare l’Italia” col loro swing semplice e al tempo stesso sensuale, ma pure chi, ignaro della loro vita e persino della loro esistenza, si sia posto all’ascolto della strampalata ricostruzione del regista Zaccaro, avrà notato tutta una serie di situazioni insostenibili e storicamente false, tali – già da sole – da squalificare l’opera televisiva, riducendola ad un volgare tele-romanzetto di infima qualità, roba da telenovela sudamericana.
Si può, come dicevo poc’anzi, romanzare e fantasticare su tutto, il linguaggio cinematografico lo permette; si può condire il racconto con episodi e licenze creative, forse pure necessarie per avvolgere maggiormente lo spettatore e fare maggiormente leva sulla sua emotività, ma non si può stravolgere la personalità dei protagonisti (quando questi sono realmente vissuti), non si può evocare episodi mai avvenuti o cambiarne nei contenuti più profondi il vero significato e valore: non si può insomma stravolgere la storia o ricostruirla modellandola a proprio piacimento, per  far tornare i conti in qualche modo.
Se non avessi neppure saputo dell’esistenza delle Lescano e le avessi conosciute solo per merito (diciamo così) della fiction di Rai Uno, mi sarei fatto l’idea di tre avventuriere olandesi sbarcate chissà come in Italia in cerca di fortuna, pronte a qualsiasi compromesso pur di farcela. Di tre cantanti per caso, conniventi con il Regime fascista (e tutti i suoi aspetti riprovevoli), il quale, dopo averle sfruttate in tutti i sensi, le ha abbandonate al loro destino, pur garantendo in qualche modo almeno la loro incolumità fisica. In definitiva tre furbone (anzi due, perché la figura di Caterinetta è l’unica che esce bene dal film), che ci hanno provato e gli è andata bene, almeno sino a un certo punto, prima del precipitare degli eventi... Non una traccia della loro arte, non un accenno alla loro sensibilità artistica e umana, non una spiegazione del come e perché l’Italia si sia così presto dimenticata di loro (almeno nell’immediato dopoguerra), né del perché loro abbiano deciso di chiudere l’Italia fuori dai loro cuori. Mi sarebbe piaciuto almeno un finale esplicativo e magari (se l’avessi creato io) antropologico: credo infatti che i popoli tendano spesso a rimuovere dalla loro mente e dai loro cuori i simboli di un tempo, quelli che vogliono dimenticare.
Ecco le mie amate Lescano, che continuano a commuovermi ogni volta che le ascolto, hanno rappresentato ahimè, loro malgrado, un simbolo di quegli anni bui e questo fu per molto tempo per la maggior parte degli italiani un “problema” insormontabile. Era davvero così difficile narrare la vera storia di queste tre artiste, soffermandosi maggiormente sulla loro inarrivabile bravura?».

Mail di Sandro Alba: «Non ho granché da aggiungere al commento di Massimo Baldino, se non che fare cultura male è peggio che non farla. La sceneggiatura de Le ragazze dello swing  è raffazzonata, frettolosa, assolutamente carente per ciò che concerne il periodo storico in cui è inquadrata la vicenda, nonché la psicologia delle tre protagoniste. L’aspetto artistico è marginale (tanto che a volte si ha l’impressione che il trio si esibisca prevalentemente in circoli dopolavoristici di periferia). L’infanzia delle Lescano è inoltre trascurata, e solo di striscio si intuisce la figura paterna, che ebbe invece un ruolo non secondario nella loro formazione. Il maestro Barzizza appare come una “pipa”, una macchietta ridicola, mentre sappiamo quanto fu importante per la vicenda umana e artistica delle tre artiste. La storia d’amore di Alessandra con Giuseppe Funaro credo sia inventata [proprio così - NdC], e anche il patetico finale della pagliuzza appare assolutamente inverosimile. Quanto allo swing, non si capisce dove le Lescano lo abbiano acchiappato, visto che non c’è alcun riferimento storico alle avanguardie musicali del tempo.
Infine credo di aver letto da qualche parte che Benito Mussolini fosse un fan delle Lescano. Si aveva paura a citarlo? E paura di che? Dietro allo spettro nero del fascismo, il “manovratore” dirigeva pure le quisquilie e forse fu proprio per suo volere che le tre cantanti olandesi, figlie di madre ebrea, furono salvate dai campi di sterminio.
Mi sento invece di spezzare una lancia a favore degli attori: tutti bravi, stranamente, e addirittura commovente l’interpretazione delle tre attrici protagoniste, immedesimate nei ruoli e all’altezza della situazione. Ma un Majano o un Bolchi avrebbero fatto di questa “cosuccia” un capolavoro».

Seguono molte altre mail sullo stesso argomento, che si possono leggere nell’Archivio delle Notizie, dall’Ottobre 2010 in poi.
Ci piace segnalare, in particolare, questo scritto:


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