Ricordando il Trio Lescano

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Recensione del libro di Gabriele Eschenazi
Le regine dello swing
Einaudi, ET Saggi, 2010

Com’era prevedibile, l’uscita del libro di Gabriele Eschenazi, Le regine dello swing ha suscitato fra i lescanofili le più vivaci reazioni, giacché si erano già avuti parecchi segnali che la storia delle sorelle Lescano ricostruita da questo signore sarebbe stata “discutibile”, giusto per usare un eufemismo.
E per lescanofili intendiamo quelli seri, che amano veramente le Sorelle Lescano, artiste dal talento più unico che raro, e vogliono conoscerne la storia quale essa emerge da documenti e fatti inoppugnabili, senza accontentarsi delle tante leggende o bugie messe in giro sul loro conto da pseudostorici della Canzone Italiana o, peggio ancora, da gazzettieri facilitoni e privi di scrupoli, che purtroppo continuano a godere di immeritato prestigio presso il largo pubblico.
Riportiamo qui integralmente la più interessante (perché meglio argomentata) di tali reazioni, quella di Sandro Peppoloni (aka Alexander agrimensor romanus):

Prima di scorrere gli otto capitoli che suddividono il racconto, sono andato a consultare nelle ultime pagine la Nota bibliografica e i Ringraziamenti:
non v’è alcun cenno al sito Ricordando il Trio Lescano; di quanto esiste in rete è citato solo un saggio di Elisabetta Ricciardi, Musica e politica dal Fascismo alla Seconda Guerra Mondiale [www.storiamilitare.net];
tra i libri, sono citati quelli di Bigazzi, Borgna, Mazzoletti, Petacci (Claretta), Pezzetti, Picciotto Fargion, Sachs H. e Sarfatti (questi ultimi quattro per le leggi antiebraiche e questioni relative);
 Toenke Berkelbach è citato sia per il suo saggio Het Trio Lescano del 2008, sia per il radiodocumentario del 2004, mentre di Alessandro Forlani è citato un documento trasmesso nel 2008 da GR Parlamento;
tra i periodici, il “Canzoniere della Radio” (1941), la “Domenica del Corriere” (1935-1943), “Oggi” (1939-1940), “Omnibus” (1937-1939), “Radiocorriere” (1936-1943 e 1947-1949), e “Settegiorni” (1942-1943);
tra gli audiovisivi,  il documentario di Boniotti-De Stefanis Tulip Time (2009).
E, naturalmente, sono citate – in quanto riportate quasi in ogni pagina del testo – le interviste di Orlando, di Verre e della Aspesi a Sandra Lescano; i tanti ricordi di Maria Bria, raccontati a non si sa chi, i pochi di Sante Franceschi e quelli di Isa Bellini inzeppano i rari spazi vuoti.
Nei Ringraziamenti, quindi, figurano, come testimoni, la Bria, la Bellini, Angelina Boetto, Michèle Kamps, Sante Franceschi, Piero Vacca Cavallotto, Emanuele Belleli, Piero Nuti, Adriana Innocenti, più i soliti Aspesi, Verre e una certa Monica Sciolla; come consulenti, Borgna, Giannelli, Berkelbach, Picciotto Fargion, Sarfatti e tale Andrea Jacchìa, giornalista; come fornitori di documenti, Daniela Di Castro e vari altri funzionari in Italia e in Olanda; sono stati scomodati, fra i tanti, anche il Direttore del Carcere di Marassi (tanto per fargli dire che dalle sue parti non c’è proprio un bel niente, per via delle alluvioni, degli incendi, ecc.), Walter Colombo, direttore della RCS Periodici, addetti dell’Archivio di Stato di Roma (ce sarà annato solo pe’ ffasse ‘na trasferta) e di Torino, e perfino (ciliegina sulla torta) un esperto belga di storia circense! Alla fine c’è la sviolinata conclusiva «all’amico Maurizio Zaccaro» per il sostegno e il lavoro comune.
I brani tratti dai documenti citati (riportati doverosamente con interlinea e paragrafi più stretti) occupano il 53% del testo (sono un tipo preciso, fidatevi! Nei cantieri siciliani dove ho lavorato la gente mi chiamava millimetro, perciò ribadisco: il cinquantatre per cento).
Ho cominciato a leggere la prima, presuntuosa bugia sulla bandella rossa che fascia il libretto (potrebbe entrarci poco Eschenazi e molto Einaudi): “La vera storia del Trio Lescano, protagonista della fiction Rai Le ragazze dello swing”. Il sottotitolo mi sembra, invece, azzeccato: Il Trio Lescano: una storia fra cronaca e costume.
Nella sua Introduzione l’Autore descrive uno spettacolino allestito, una sera del 2007, nella scuola materna di Farigliano (CN), animato dalle tre ragazze del “Trio L’è Strano”. Parlano Ernesto Billò e Gianni Borgna. Lo spettacolo pare sia stato replicato con successo in tante altre località del Piemonte. Nel resto delle cinque pagine sono descritti (piuttosto bene, devo ammettere che sono invoglianti) i motivi e i contenuti del libro, accennando, nelle ultime dieci righe, alla fiction Rai: «...tra libro e film non c’è sovrapposizione, ma completamento...» e altre blandizie.
Il primo capitolo Stelle del varietà e della radio si apre descrivendo, con le solite, manierate note di costume, lo svolgersi di una fantasiosa festa alla presenza del raffinatissimo Principe di Piemonte che balla sempre con loro tre... che contrasta con l’ovvia rozzezza e volgarità dei gerarchi presenti... e cominciano a spuntare da tutte le parti i soliti brani dell’intervista concessa da Sandra Lescano a Luciano Verre, più le testimonianze di Isa Bellini sulla loro bravura, ma anche sulla loro mancanza di gusto nel vestire e nel truccarsi; poi subentra un’analisi del contrasto tra la serietà del momento storico e l’opportunità di far divertire il popolo bue, un referendum condotto dal nostro prode Fulvio Palmieri sui gusti del pubblico, ecc., righe tratte da testi umoristici del giovane Fellini, il tutto inframmezzato dal solito racconto sul tenore di vita (la Balilla sotto casa, i vestiti negli armadi, ecc. ecc.) che le tre olandesine conducevano. Viene riportato anche un articolo del ’41 di Sergio Valeri sul “Canzoniere della Radio”. Tutte cose arcinote, ma di cui, in molti casi, abbiamo dimostrato la totale infondatezza.
Il secondo capitolo Le radici olandesi prende lo spunto da Tulipan per ricordare gli esordi olandesi e circensi, pescando a piene mani dalle interviste della Bria e di Sandra, nonché da scritti di autori olandesi sulle locali condizioni di vita degli ebrei durante la guerra.
Nel terzo capitolo L’Italia le adotta si raffrontano le interviste concesse a Orlando e a Verre con quanto scritto da Sergio Valeri e quanto raccontato dallo storico Enzo Giannelli sugli esordi delle Lescano e sul grande lavoro svolto con loro e sulle loro voci dal M° Prato. Vengono citati scritti di Borgna, Giannelli, Berkelbach, ecc.
Segue Dagli altari alla polvere nell’Italia fascista e razzista nel quale Eschenazi cita passi delle leggi razziali e documenti, relativi alle Lescano, che dichiara «esposti nella Sala 5 del Museo Ebraico di Roma», mentre lì ce ne sono solo quattro: noi sappiamo quali sono, mentre è evidente che diversi altri, acquisiti all’asta di Christie’s, gli sono stati copiati e forniti in camera caritatis dalla sullodata sora Daniela, alla faccia delle grandi cure e attenzioni per la conservazione del patrimonio museale, sulle quali la stessa si è esibita, facendo al sottoscritto un duro predicozzo.
Tutto il resto è la più convenzionale e ricalcata delle storie sulle Lescano, che si rifà pari pari alla famigerata – vera o presunta, comunque in gran parte inattendibile – intervista della Aspesi. Compresa la storiella dell’arresto al cinema Grattacielo, con quel che segue. Eschenazi, questa autentica panzana, se la beve pari pari e riporta quel che sanno tutti, non gli passa manco p’a capa di avanzare dubbi né, tanto meno, di documentarsi meglio. Troppa fatica farlo. Stessa cosa per quanto riguarda l’adesione al PNF: all’Archivio di Stato, se c’è andato davvero, come dichiara, s’è fatto ‘na pennichella dopo aver pranzato da Corsetti all’EUR.
Da questo punto in poi non vale la pena che aggiunga altro. I capitoli successivi, infatti, non dicono niente di nuovo: Il mistero della scomparsa (che si rifà al documentario Tulip Time e ad un articolo di Piero Vacca Cavallotto apparso nel 2008 sul periodico storico piemontese “Canavéis”), Altri casi Lescano (nel quale si parla del tristissimo caso di Giuseppe Funaro e di quello più fortunato di Vittorio Belleli), Il Trio emigra, ma non è più lo stesso e L’ultima Lescano (soliti brani delle tre interviste a Sandra Lescano e ricordi di Maria Bria)».

Osservazione finale del Curatore del sito.
Non c’è da stupirsi che Gabriele Eschenazi non ci citi nella Nota bibliografica. Se lo avesse fatto, non avrebbe potuto ignorare, come è avvenuto, i risultati delle nostre ricerche, di cui abbiamo ampiamente riferito nelle Notizie (il relativo Archivio è accessibile a chiunque). Di conseguenza avrebbe anche dovuto scrivere un libro completamente diverso, solo che non tutti hanno la capacità di mettere in discussione le proprie convinzioni e/o conoscenze, quando altri dimostrano loro, prove alla mano, che sono erronee. Se Eschenazi lo avesse fatto, però, la qualifica di vera applicata alla sua storia delle Lescano non avrebbe avuto, come ha ora, il sapore della beffa, perpetrata ai danni di lettori.

Sandro Peppoloni
16 Settembre 2010


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