Ricordando il Trio Lescano

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Recensione del Concerto teatrale
La leggerezza del Trio Lescano
a cura della Compagnia Teatro Nudo

Merita senz’altro d’essere visto lo spettacolo La leggerezza del Trio Lescano, che la Compagnia Teatro Nudo ha portato in scena al Teatro Duse di Genova dal 30 Gennaio al 3 Febbraio 2013, e presto sarà in programma presso altre città italiane. Perché, di là dalle cose buone e da quelle meno buone che presenta, è un lavoro godibile, svolto con passione e con indubbia professionalità. Non a caso il pubblico, accorso numeroso, l’ha applaudito fino a spellarsi le mani (e chiariamo subito: in sala non abbiamo visto soltanto persone dalla mezza età in su, ma anche un discreto numero di giovani).



Le tre cantanti-attrici che interpretano le Lescano
davanti ai fasci di rose rosse (mai) inviati dal Principe di Piemonte
 (foto Carlo Montesello).

Lo spettacolo prende avvio col filmato, proiettato sul sipario, della famosa scena del film Ecco la radio di Giacomo Gentilomo (1940), dove le tre artiste olandesi cantano Oh! Ma-ma: poi, le tende si aprono e sul palcoscenico si vedono i tre musicisti, mentre la voce di Mussolini (il 10 Giugno 1940) annuncia che «La dichiarazione di guerra... è già stata consegnata agli ambasciatori di Francia e di Gran Bretagna», eccetera; entrano, scalze, le tre interpreti, siedono di schiena e mettono le scarpe, cominciando a narrare la loro storia, che parte dal momento del loro massimo successo, ed è integrata dalla voce fuori campo di Aldo Ottobrino, che interviene quand’è il caso fornendo le necessarie precisazioni. La narrazione orale è intercalata, via via, dall’esecuzione di alcune delle principali canzoni del Trio: se non ne ho scordato qualcuna, Tulipan, La gelosia non è più di moda, Signorina Grandi Firme, Ma le gambe, Non dimenticar le mie parole, Non me ne importa niente, La famiglia canterina, Maramao perché sei morto, Pippo non lo sa, Tornerai, con accenni anche a Ciribiribin e a Il pinguino innamorato.
Diciamo subito del suo punto di forza: il trio di strumentisti, costituito da Luca Falomi (chitarra), Roberto Piga (violino) ed Edmondo Romano (clarinetto). Quest’ultimo è anche l’autore degli arrangiamenti, che costituiscono la vera sorpresa della rappresentazione. Onestamente, infatti, era difficile pensare che con soli tre strumenti si potesse riprodurre la ricchezza, la vivacità e il colore di grandi orchestre come quelle di Barzizza, Angelini, Petralia e via dicendo; ebbene, loro ci sono riusciti, e nel solo modo possibile: variando e reinterpretando laddove se ne presentava la necessità, ma sempre senza tradire lo spirito originale dei brani lescaniani, ovvero il dinamismo – che non sempre significa rispetto del ritmo originale – e l’espressività. Bravi, bravi davvero, nel riproporre con criteri moderni i brani lescaniani senza depauperarne l’originalità ed anche, perciò, la sottile propensione onirica, quel quid che ha fatto e fa sognare il pubblico. Le tre interpreti, Lidia Treccani, Simona Fasano e Sara Cianfriglia (non chiedetemi chi era chi, perché, pur avendole conosciute di persona pochi minuti prima dello spettacolo, non ho fatto in tempo ad associare i loro nomi a quelli di Alessandra, Giuditta e Caterinetta) sono tutte dotate di buoni mezzi canori ed espressivi, e infatti se la cavano onorevolmente anche nella recitazione; ma se scendiamo nello specifico delle canzoni, non si può dare un giudizio uniforme. È evidente che, sul piano vocale, un paragone con le Lescano sarebbe ingeneroso: conscio delle difficoltà di certi passaggi, Romano ha proposto qualche lieve e sapientissima variazione nei brani; anche così, la loro resa ha variato da motivo a motivo: molto bene in Ma le gambe, Non dimenticar le mie parole, Maramao perché sei morto e Pippo non lo sa, bene o senza infamia nelle altre canzoni, decisamente maluccio in Tulipan, specie nel finale. Tra l’altro, la loro disposizione in scena è sbagliata, perché l’attrice che interpretava Alessandra si trovava al centro, il posto che nel Trio fu sempre occupato da Giuditta.
Occorre anche dire del testo. Il quale, di per sé, ha un taglio decisamente indovinato, e sarebbe stato impeccabile senza le molte inesattezze storiche, ispirate – ahinoi! – dalla consulenza di Gabriele Eschenazi: il che spiega tutto.



Un’altra fase dello spettacolo (foto Carlo Montesello).

Gustosi e opportuni gli accenni all’autarchia linguistica imposta da Starace (ma attenzione: dal regime, pied-à-terre non venne tradotto con «piede a terra» com’è stato detto, bensì col frivolo e simpatico «giovanottiera»), puntuali le ricostruzioni sulle ridicole obiezioni censorie a motivi come Maramao, Pippo, Un’ora sola ti vorrei e Crapa pelada, e i riferimenti agli attacchi di molti giornalisti allineati davanti alla musica «negroide», ovvero al jazz; giuste e pertinenti le osservazioni sull’appartenenza razziale delle Lescano secondo l’ottica della dittatura... Però quante inesattezze, quante cose non vere! Alcune, anche molto curiose: per esempio, da dove salta fuori la nuova che le Lescano furono «scoperte da Carlo Prato in un piccolo circo presso Verona»? A noi risulta che il luogo fu il negozio d’articoli musicali Chiappo di Torino, in piazza Vittorio Veneto angolo via Bonafous; ma in ogni caso, per ascoltare Alexandra e Judith Leschan, il povero Carlo Alberto non si recò certo fino alla città di Romeo e Giulietta. Ancora: Giuditta sposò un canadese che si occupava di pozzi petroliferi, ma con ogni probabilità lo fece a Caracas e non a Maracaibo, dove si trasferì poi. E riguardo a Gallizio: si faceva chiamare Nino, non Lino: anche se il suo vero nome era Vincenzo. Curiosa anche la storia della loro domestica Zeffirina, che nel ’42 avrebbe ospitato Eva e le tre figlie nel Canavese; i fatti, veramente, si svolsero nella seconda metà del ’43, e a quanto ci risulta, a ospitarle a Valperga Canavese furono una coppia che lavorava al Teatro Carignano, lui bigliettaio e lei costumista.
Eppoi, dàlle con le solite ovvietà (o dovrei piuttosto chiamarle ‘eschenaziate’?), come quella del principe Umberto che una sera balla a turno con le tre artiste e poi fa recapitare loro 300 rose rosse, 100 per ognuna: una balla clamorosa, smentita dalla stessa Alessandra Lescano – che, indignata, parlò di «fatti da Telenovela» – nel biglietto indirizzato a Giuseppina Prato, vedova di Carlo Alberto, da noi pubblicato sulle Notizie del sito nello scorso anno; o quella che le Lescano guadagnavano mille lire al giorno, dimostratasi anch’essa infondata. E – poteva mancare? – quella del loro arresto e incarcerazione, stavolta addirittura da parte della Gestapo! Una leggenda, smentita da Caterinetta, smentita dai giornali, smentita dallo stesso buon senso: ma che tant’è, continua a catturare la fantasia delle persone: infatti – è stato Romano a informarci – c’è la seria possibilità che in futuro lo spettacolo venga replicato proprio nelle carceri di Marassi. Cosa commentare? Me la cavo con una battuta, e dico che, come genovese, sono orgoglioso della mia città: evidentemente, è così bella che alcuni grandi personaggi s’inventarono d’esservi stati incarcerati: nel secondo Ottocento ci provò il poeta bretone Tristan Corbière, quello de Gli amori gialli, ma ricerche minuziose hanno smentito la sua affermazione; negli anni Quaranta del Novecento ci hanno provato le Lescano, e il risultato è stato identico.
Sì, si tratta proprio della storia pubblicata nell’ottobre 1985 su “Repubblica” nell’intervista ad Alessandra fatta da Natalia Aspesi, che Eschenazi si è bevuto come acqua fresca, senza quel minimo di etica professionale che l’abbia indotto a svolgere qualche ricerca: e dire che a farlo riflettere sarebbe bastato dare un’occhiata alle recensioni del “Corriere Mercantile” del ’43, che nel settembre 2010 abbiamo pubblicato nel sito. Il problema, è che la triste vicenda delle tre povere carcerate, coi numeri 92, 94 e 96, e con Giuditta costretta a fare da interprete durante gli interrogatori ai partigiani ivi detenuti (in scena, sono stati aggiunti verbalmente «spinte» e «calci» diretti anche a loro), occupa, da sola, quasi un terzo dello spettacolo... E si capisce bene come, senza quello, la narrazione perda il suo ‘crescendo rossiniano’ verso l’acme, il momento catartico: ma se la verità fu un’altra, ed è dimostrato, perché raccontare balle? Sia chiaro, di ciò né Romano né le brave interpreti hanno grande responsabilità: la loro sfortuna è stata quella d’imbattersi nel libraccio di Eschenazi e di prenderlo per buono, prima di cercare delle serie fonti informative; ma c’è sempre tempo per correggere il tiro.
Personalmente, trovo che le vite di Alessandra, Giuditta e Caterinetta siano state movimentate e drammatiche anche senza bisogno di ricamature: ma il regista Maurizio Zaccaro non la pensava così, sicché nella fiction Le ragazze dello swing (di cui è stato co-sceneggiatore), trasmessa su Rai Uno nel settembre 2010, non solo prese per oro colato l’infelice parto di Eschenazi, pensò altresì di rincarare la dose, inventandosi amori inesistenti come quello di Alessandra per un capetto fascista e quello di Giuditta per il povero Giuseppe Funaro. Ora, chi ricorre a questi mezzucci credendo, così, di dar più sapore alla minestra, lascia chiaramente intendere di non fidarsi dei propri mezzi espressivi: perché che la realtà sia mille volte più interessante e coinvolgente della fantasia non ci piove: basta ‘soltanto’ saperla raccontare.

Per concludere, come appassionato delle Lescano trovo che capolavori come Ritmo della Luisiana (Le tristezze di San Luigi) e Il maestro improvvisa, cantato dal Trio con Rabagliati, nello spettacolo ci starebbero benissimo; si tratta, certo, d’inserirli nel tessuto narrativo. Ma si sa, come in Italia ci sono sessanta milioni di potenziali commissari tecnici della nazionale di calcio, nell’àmbito della nostra canzone degli anni Trenta e Quaranta ci sono almeno sessanta ‘lescanofili’ che vogliono dire la loro, e io sono uno di questi... Perciò chiedo venia.

Virgilio Zanolla
6 Febbraio 2013

* * * * *

Replica del M° Edmondo Romano:

Scrivo queste righe dopo aver letto la recensione e chiamato telefonicamente il nuovo interessante amico Virgilio Zanolla, conosciuto perché da me invitato con piacere alla rappresentazione teatrale La leggerezza del Trio Lescano.
A parte esser molto contento del fatto che lo spettacolo sia piaciuto, che abbia avuto un ottimo riscontro di critica e di pubblico, mi sento di far notare che la recensione presenta una serie di “false letture” che tengo in amicizia a chiarire. Questo gap deve essere avvenuto (se posso permettermi) per una visione troppo ferma sullo spettacolo, dove l’attenzione alla veridicità degli eventi deve aver nascosto il messaggio interno che il teatro è capace di fornire. Sarò più chiaro: se in un film, uno sceneggiato… vuoi far vivere al personaggio principale un viaggio nel tempo, questo lo puoi realizzare in moltissimi modi e tutti così credibili da far credere e vedere davvero allo spettatore un viaggio nel tempo. In teatro questo non è possibile, non esiste il montaggio, l’effetto grafico. Il teatro a differenza del Cinema è arte attiva, viva grazie al rapporto diretto con lo spettatore, che completa con arguzia e fantasia ciò che l’attore, il regista, la scenografia comunica. Il cinema è arte passiva. Mentre il cinema (specialmente nell’ambito televisivo) è quindi in parte più vincolato a presentare i fatti in modo diretto, il teatro può e “deve” creare nel buio della sala assieme allo spettatore. Quindi l’uso del simbolo, della metafora, della poesia creativa di parola e immagini si rende d’obbligo in ambito teatrale. Un esempio chiaro può essere (da appassionato di cinema quale sono) l’arte di Federico Fellini o di Peter Greenaway, due registi fortemente teatrali. Nei film di Fellini non comprendiamo a volte tutti gli eventi, a volte appaiono scollati tra loro o inaspettati. Lo spettatore, come in teatro, deve accettare ciò che vede ed interpretarlo per riuscire a comprenderne a fondo il messaggio. Troppa razionalità allontanerebbe in noi l’intendimento  artistico che in quel momento ci viene comunicato.



Edmondo Romano.
http://www.edmondoromano.net/

Comincio la mia analisi all’articolo di Virgilio subito dalla dicitura riportata sotto la foto che apre lo stesso, dicitura che evidenzia in modo chiaro ciò che ho appena espresso.
Le rose rosse che sono indicate nella foto non rappresentano i fasci regalati dal Principe di Piemonte (se pur citato nel testo), ma rappresentano in generale un simbolo del mondo dello spettacolo (faccio anche notare che sul palco non c’è altro a rimarcare questo), simbolo che nel finale dello spettacolo si rivela essere non un fascio di rose ma una stella di David (simbolo dell’ebraismo) cucita sul tessuto femminile per eccellenza, il tulle, metafora di persecuzione.
Non abbiamo eseguito Non me ne importa niente pur adorando quella canzone, perché incongruente con il testo. Abbiamo invece eseguito strumentali del repertorio delle Lescano Colei che debbo amare e non del loro repertorio Tiempe belle, Crapa pelada e Un’ora sola ti vorrei, tutte dello stesso periodo storico.
Al passo “…se la cavano onorevolmente anche nella recitazione…”, sono felice che dopo un anno di studio le canzoni sono state eseguite con grazia e in modo buono (abbiamo ricevuto molti complimenti per “la grazia” antica che il nostro spettacolo comunicava anche nelle canzoni). Faccio notare che le tre interpreti sono attrici, non sono mai state cantanti, quindi il fatto che non tutto sia risultato omogeneo è a mio avviso assolutamente normale. Ho dovuto ridurre le complesse orchestrazioni originali ad arrangiamenti che contemplassero soli sei strumenti (le voci sono strumenti) e questo mi ha obbligato ad apportare delle modifiche nelle singole parti, sempre con serietà e rispetto.
La disposizione delle Lescano sul palco non poteva essere la stessa dell’originale Trio vocale. Dovendo consegnare sempre a Sandra la parte melodica (cosa che non avveniva in modo così corposo) abbiamo dovuto per forza mettere il personaggio di Sandra al centro, unico modo per permettere alle altre due voci di poter armonizzare in modo giusto. La complessità delle realizzazioni teatrali non sempre permette di poter scegliere ciò che si vuole.
“Pied-à-terre” era tradotto “piede a terra”; “giovanottiera”  era la traduzione di “garçonierre”.
Nello spettacolo il nome da sempre è stato pronunciato Nino Gallizio; forse c’è stato un piccolo problema di ascolto.
La parte dedicata al carcere di Marassi dura appena 10/15 secondi e non un terzo dello spettacolo! La citazione dell’evento, immaginario o reale che esso sia per lo spettatore (faccio notare che la voce fuori campo che annuncia questa parte dice che “...di questo avvenimento non c’è né traccia…” ) è stata inserita nello spettacolo per creare ciò di cui all’inizio si parlava, un salto drastico di realtà nel percorso lineare dello svolgersi sino a quel momento dello spettacolo teatrale. I due monologhi che seguono sono stati scritti direttamente dalle attrici ispirandosi ad eventi accaduti alle loro rispettive nonne durante il periodo della guerra. Quando si parla di “calci e spinte” si parla di un personaggio all’interno di un campo di detenzione nazista, per questo viene anche citata la Gestapo. Non credo che nessuna delle cantanti del Trio abbia mai assistito ad una violenza sessuale, è evidente che i due monologhi sono scrittura drammaturgica e teatrale. Ricordiamoci, questo è teatro, il messaggio è il fulcro e la forza di uno spettacolo teatrale, non è un libro monografico su personaggi dell’epoca. Il fatto che questa porzione sia di pura libertà teatrale è abbastanza evidente, registicamente questi scavalcamenti di realtà non vanno spiegati o annunciati e da parte dello spettatore vanno semplicemente accolti.
Detto questo da sincero amante della musica, del cinema e di quel mondo passato che secondo me a tutti noi manca… sono felice delle altre precisazioni presenti nell’articolo di Virgilio, la continua conoscenza e messa in discussione delle proprie verità è grande atto di crescita personale, interiore e spero sempre accada.
Con grande umiltà grazie di cuore per la vostra preziosa attenzione.
Con Virgilio si è accennato ad un’idea molto interessante sullo spettacolo in questione, idea che potrebbe trovare importante la collaborazione di ogni singolo elemento che dà vita a questo unico ed interessantissimo sito. Se le cose procederanno per il meglio spero di potervi contattare presto.


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